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04 aprile 2025, Aggiornato alle 09,07
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Politiche marittime

Tra pescatori e pirati c'è il rischio di confusione

Utilizzano spesso imbarcazioni identiche. Così il governo del Puntland ha deciso di far indossare uniformi ai pescatori. Intanto il numero di unità militari nella regione potrebbe diminuire  di Paolo Bosso  


La differenza tra un pescatore e un pirata è sostanziale a cominciare dal fatto che il primo attacca i pesci, il secondo le navi. Almeno qui in Italia. Perché nel Puntland, minuscola regione autonoma tra la Somalia e la repubblica di Gibuti, ben nota agli organismi internazionali per essere la patria della pirateria moderna, la differenza tra i due è più sfumata. In primo luogo perché utilizzano lo stesso tipo di barca, inoltre perché lì molti pirati sono ex pescatori (ma non il contrario). I pescatori di Caluula, Mareero, Qandalla e Bargaal hanno paura ad andare per mare temendo che le loro imbarcazioni possano essere rubate dai corsari. Non solo. La beffa è che spesso a questi poveri lavoratori capita di essere scambiati per predoni dalle autorità. Per rimediare a tutto questo, gli ufficiali del Puntland hanno avviato un programma per identificarli mediante l'emissione di uniformi e carte di identità. «Per prima cosa verranno registrati tutti i pescatori locali nel Puntland - spiega Mohamed Farah Aadan, ministro responsabile per la pesca del Puntland - abbiamo già iniziato a Bosaso e in tutte le terre costiere nella regione di Bari».
E sull'utilizzo di guardie armate Richard McEnery, direttore operativo con Ocean Protection Services Ltd, una delle numerose aziende che offrono servizi di sicurezza a bordo delle navi, spiega quale influenza potrebbe avere questa strategia sulla geografia degli attacchi. Secondo McEnery la scelta di difendere le navi potrebbe portare i pirati ad attaccare in altre zone, come il Golfo Persico che diventerebbe un altro punto caldo. «I pirati sono stati in grado di evolversi, grazie ai soldi guadagnati sugli attacchi passati» afferma in un'intervista a News Hellenic Shipping. «Alcuni gruppi – continua – hanno investito in armi da fuoco e imbarcazioni. Gli attacchi non seguono un target-nave preciso, essi scelgono quello che capita. Ma in futuro potranno utilizzare tattiche più complesse proprio a causa della quantità di navi con guardie armate».
Intanto, il numero di unità navali militari per contrastare gli attacchi potrebbe diminuire. A causa delle tensioni in Medio Oriente, alcune delle navi ora disponibili nel golfo di Aden potrebbero essere ritirate per essere utilizzate altrove. Già Peter Cook, fondatore del Security Association for the Maritime Industry trade, aveva affermato a luglio che il numero di navi da guerra nella regione somala doveva essere ridotto: «Ogni paese occidentale ha riesaminato il budget della difesa tagliando i fondi per la marina». Un portavoce dell'Eu Navfor ha affermato che l'Operazione Atalanta dispone attualmente di sei navi al largo della Somalia, situazione ritenuta ottimale. La Nato ha reso noto che nel mese di ottobre sono state 18 le unità dispiegate in questa zona, lo stesso numero dell'anno scorso, senza contare le imbarcazioni indipendenti schierate da altre nazioni. La Bimco fa sapere che le navi necessarie per le operazioni militari dovrebbero essere in tutto 25, senza dimenticare gli 83 elicotteri in grado di assistere le navi in pericolo e le forze armate. 
 
Paolo Bosso 
 
fonte Lloyd's List