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04 aprile 2025, Aggiornato alle 11,55
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L'Italia dei porti, dove sono i limiti allo sviluppo?

Un recente studio sulle grosse potenzialità dei sei porti (tre italiani, un croato e uno sloveno) che formano il North Adriatic Ports Association mostra i limiti infrastrutturali piuttosto che geografici del nostro paese Paolo Bosso  


I porti dell'Alto Adriatico hanno potenzialità enormi nella movimentazione dei container. A sottolinearlo lo studio della società di consulenza inglese Mds Transmodal commissionato dall'associazione dei porti adriatici del Nord, il Napa (North Adriatic Ports Association). Entro il 2030 gli scali di Ravenna, Venezia, Trieste, Fiume e Capodistria potrebbero movimentare insieme sei milioni di teu, con una crescita del 348%. Considerando che la somma attuale del traffico contenitori del Napa arriva a circa 1,3 milioni di teu, lo scenario delineato va ben oltre le previsioni e, probabilmente, le stesse effettive capacità. Un traffico di queste dimensioni presuppone infatti collegamenti e infrastrutture che attualmente i cinque porti italiani e sloveni non possiedono. La "data di scadenza" è 2030, tra vent'anni anni quindi, tutto il tempo del mondo per far crescere i cinque porti. Ma non può bastare. Dove sono gli investimenti programmati? Ci sono. A Venezia e Ravenna, ma anche in Croazia e Slovenia. Ma sono sufficienti per raggiungere tale colossale cifra? Ho i miei dubbi. Certo è che si tratta di un dato utile che più che sottolineare un futuro possibile, mette a nudo l'elemento che ostacola lo sviluppo della portualità nella nostra penisola: la mancanza di infrastrutture adeguate. L'Italia, spesso lo si dimentica, è un paese particolare, prevalentemente montuoso ma circondato da 7.500 chilometri di costa. Vale a dire: collegamenti interni che difficilmente possono sostenere un traffico portuale così ampio. I dati dello studio inglese però sottolineano che questo gap si può in parte colmare: basta mettere insieme i porti esistenti. Così sommando tre porti italiani e due est europei si arriva a poco più della metà del traffico annuale del porto di Amburgo. Poca cosa? Dipende da che punto di vista lo si voglia guardare. Ravenna non ha e non potrà mai avere un solo terminal che possa avvicinarsi a uno nordeuropeo ma il risultato resta notevole. Sicuramente smentisce in parte la politica di Assoporti, quella per cui l'Italia non è un paese che movimenta container, ma prevalentemente passeggeri, feeder e ro-ro, ragion per cui 23 autorità portuali non sono troppe. Ma è anche vero che proprio grazie alla somma di tre porti italiani si arriva a sostenere un grande traffico contenitori.
Sarebbe quindi superficiale affermare che il limite allo sviluppo della portualità italiana sia soltanto geografico. Sei milioni di teu potenziali su attuali 1,3 milioni significa che c'è ancora molto da fare, a cominciare da dragaggi, gru, banchine e collegamenti adeguati. 
 
Paolo Bosso 
 
nella foto il litorale veneziano (credits by eutrophication&hypoxia)